Alla scoperta dei Kurowai, architetti della foresta nella West Papua

domenica, 1 marzo 2020

Nell’impenetrabile selva dell’area occidentale della Papua Nuova Guinea abita una delle etnie più interessanti del continente asiatico. Si tratta dei Kurowai, popolo di cacciatori e coltivatori che vive organizzato in clan e che fino a pochi anni fa praticava ancora il cannibalismo. Di fatto i Kurowai, insieme all’etnia Yali della stessa area, sono stati gli ultimi antropofagi del pianeta.

Fino alla metà degli anni Settanta del secolo scorso i Kurowai, situati in quella parte di Papuasia nota come Irian Jaya o West Papua, ignoravano l’esistenza di altri popoli sulla terra. Lo stato di isolamento durò fino al mese di marzo del 1974 quando un gruppo di scienziati si avventurò nell’insidiosa foresta pluviale della West Papua e si trovò di fronte ai villaggi sospesi dei Kurowai. Eh si, avete capito bene. I Kurowai costruiscono i loro villaggi sugli alberi, laddove finiscono le fronde, sospesi tra i 10 e i 40 metri di altezza. A molti di noi l’idea di trascorrere qualche notte in una casa sull’albero può apparire divertente oltre che surreale ma i Kurowai – termine che viene dal nome malese “kolufo” e significa “che ha le gambe robuste”, requisito essenziale per risalire il tronco di legno intaccato per raggiungere l’abitazione – non lo fanno per diletto. È una necessità volta alla sopravvivenza.

Ospiti di una terra selvaggia e crudele come l’Irian Jaya – l’area è caratterizzata da pianure acquitrinose e dalla presenza minacciosa di due fiumi che quando straripano inondano tutto favorendo l’habitat privilegiato dei coccodrilli che si radunano in attesa di avanzi di cibo o di uomini sfortunati – i Kurowai, abili costruttori, hanno iniziato a edificare le loro case sui rami degli alberi per difendersi dagli attacchi dei nemici, degli animali e degli spiriti maligni.

Le case dei Kurowai, per la costruzione delle quali si impiegano mediamente un paio di giorni, si presentano a gruppi di due o tre nella stessa raduna e sono resistenti al punto da accogliere famiglie numerose con animali ed effetti personali al seguito. La tenuta di una di queste abitazioni oscilla tra i tre e i cinque anni. Al loro interno presentano ambienti separati per uomini e donne, ognuno dei quali ruota attorno a un focolare. All’interno delle case non c’è spazio per l’intimità e quando desiderano stare insieme, marito e moglie devono appartarsi nella giungla.

I Korowai sono cacciatori e camminano per la foresta a piedi nudi, silenziosi come uccelli e rapaci come fiere. Attraversano i ponti di liane e affrontano gli impervi pendii delle montagne per inseguire la loro preda. Nella società dei Kurowai non esistono sprechi e si utilizza tutto dell’animale ucciso. Persino le ossa, con cui si costruiscono pettini e rasoi o si ornano i volti dei guerrieri che utilizzano le ossa ricurve dei maiali come gioielli per il naso, un piercing dei tempi antichi di una civiltà ispirata alla natura.

Fino a non molto tempo fa i Kurawai erano dediti all’antropofagia e la rivalità tra i clan sfociava abitualmente nel cannibalismo. Uccidere il nemico non sarebbe stato sufficiente, avrebbe scatenato l’ira e la ribellione della famiglia per cui bisognava far sparire anche il corpo. Il nemico ucciso veniva quindi divorato dalla testa ai piedi e si bruciavano le ossa per rendere impossibile il riconoscimento del corpo. Era inoltre pratica diffusa che la testa dello sfortunato di turno, una volta cotta e mangiata, diventasse l’amuleto del capo tribù che la teneva legata sulle spalle per proteggere i suoi sudditi.

I Kurowai professano l’animismo. Assimilano la figura umana alla pianta come manifestazione di vita più evidente nella loro terra e ritrovano negli alberi la rappresentazione della loro immagine: i rami come le braccia, il tronco come il busto, le radici come i piedi e il frutto come la testa. Tagliando il frutto, e mangiandolo, si infonde vita e ciò giustificherebbe la pratica di mangiare non solo il corpo ma anche la testa del nemico.

La bellezza del mondo, e del viaggiare, sta in questo. Nell’entrare in contatto con la diversità, non credete?

Diana Facile

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